Il territorio

Il Somma-Vesuvio è un vulcano composito, costituito dal monte Somma e dal più recente vulcano del Vesuvio, cresciuto all’interno della caldera. Il rilievo attuale si è formato circa 35 mila anni fa, ma l’inizio dell’attività eruttiva risalirebbe ad almeno un milione di anni prima. Nei millenni i periodi di stasi si sono alternati a scoppi, lanci di scorie, colate laviche e vere e proprie eruzioni, come quella che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei. L’ultimo episodio eruttivo è del 1944: da allora il vulcano pare addormentato. Pressappoco circolare, ha un perimetro di circa 50 chilometri. Sopra gli 800 metri il cono del vulcano è un imponente anfiteatro naturale costituito dai resti del cratere del monte Somma, che tocca i 1132 metri con la Punta del Nasone. Al centro svetta la cima più elevata, il Gran Cono, alta 1281 metri.

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Accomunati dalla forte antropizzazione, i territori vesuviano e sommano sono molto diversi. L’area del Somma è più arida e assolata e la macchia mediterranea si alterna a pinete e boschi di leccio; l’ambiente del Vesuvio è più umido, con una vegetazione di tipo appenninico: boschi misti di castagni, querce, ontani, aceri, lecci e, sia pur raramente, betulle. Tra le 906 specie botaniche censite all’interno del Parco ci sono persino 23 tipi di orchidee.

Ed è ricchissimo il mondo animale: ci sono mammiferi rari come il topo quercino, il moscardino, la faina, la volpe. Gli uccelli sono poco meno di 150 e tra questi nidificano nel parco la poiana, il gheppio, lo sparviere, il falco pellegrino, l’upupa. Il ramarro, il biacco e l’emidattilo verrucoso rappresentano i rettili, il rospo smeraldino gli anfibi. Coloratissime farfalle diurne e notturne frequentano le attraenti fioriture vesuviane.

È riconosciuta la particolare fertilità dei terreni, che, essendo di natura vulcanica, sono ricchi di minerali (oltre 230 minerali diversi, in quantità tali da influenzare significativamente le colture) e in particolare di potassio, elemento noto per la sua influenza sulla qualità organolettica dei frutti e dei vegetali in genere, che contribuisce a conferire loro particolare sapidità e serbevolezza. Nonostante la tradizionale vocazione agricola di questi territori, si registra, negli ultimi decenni, una netta riduzione della superficie agricola utilizzata per il progressivo incremento delle infrastrutture e dell’edilizia.

All’interno di tale tendenza, vi sono delle differenze tra i comuni della fascia litoranea e quelli dei versanti interni; Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata si caratterizzano per una superficie agricola ormai irrilevante, se confrontata con la superficie interessata da infrastrutture e aree residenziali. Al contrario Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano e Terzigno, costituiscono realtà ancora significativamente connesse allo sfruttamento delle risorse agricole. Inoltre, nel contesto litoraneo (Torre del Greco, Ercolano, ecc…) il progressivo decremento delle coltivazioni a frutteto e di quelle ortive è connesso anche all’incremento delle aree agricole adibite a floricoltura.

Nonostante la sua vastità, il territorio vesuviano presenta un’omogenea unità sociale, culturale, artistica e geomorfologia. Le singole realtà locali sono legate tra loro da temi e tradizioni comuni: le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, le presenze architettoniche, l’identità socioculturale, la conservazione del regime agricolo, la produttività legata alle risorse della campagna, il cospicuo corpus di tradizioni ancora vive. L’orografia collinare e pianeggiante ha consentito la conservazione di sistemi di produttività agricola che gravitano intorno ai nuclei urbano-architettonici delle masserie. Queste costituiscono l’antico nucleo sociale, culturale ed urbano che in passato ha svolto il ruolo di diffusore della realtà locale. Insieme ai centri storici delle città, le masserie rappresentano la più grande risorsa architettonica del territorio e sono l’embrione di una rete fisica di relazioni tra le diverse comunità.

I PRODOTTI

I prodotti che si possono principalmente collegare alla tradizione agricola locale ed alla storia millenaria di questi luoghi sono il vino e prima ancora l’olivo. Innumerevoli i rinvenimenti di macine da olio di epoca romana sul Monte Somma, a testimonianza della familiarità della coltura e della cultura dell’olivo presente su tutte le balze. Probabilmente a cavallo dei secoli prima e dopo Cristo l’olivo era presente sulle quote alte mentre la vite era coltivata più in piano. Dal XIV secolo in poi quasi tutte le masserie si sono dotate di mastodontiche celle vinarie e in alcune di esse, ancora abitate, sono ancora presenti monumentali torchi per la pigiatura.

Il vino – Come e più di altre aree vulcaniche, il Vesuvio è terra di grandi vini da millenni: Marziale scriveva che Bacco «amò queste colline più di quelle native di Nisa». I vitigni sono autoctoni – piedirosso, sciascinoso, aglianico, coda di volpe, caprettone, falanghina, greco – e se ne ricavano vini che si fregiano della Doc Vesuvio (e della sua versione “superiore” Lacryma Christi). Ma si coltiva anche una particolare uva, la Catalanesca, si dice importata dalla Spagna intorno alla metà del Quattrocento – ma non è affatto sicuro. È una varietà a bacca bianca molto tardiva, che si raccoglie a ottobre novembre e anche oltre (la si mangiava a Capodanno, a scopo propiziatorio), con acini dalla buccia spessa, carnosi e dolci: diffusa soprattutto a Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano e Pollena Trocchia. Considerata fino a qualche anno fa uva da tavola era vinificata per il solo consumo familiare. Recentemente l’uva è stata riconosciuta anche da vino e la sua coltivazione ha ritrovato nuovo impulso per la vinificazione commerciale. Tutti ancora da studiare un’ottantina di antichi vitigni minori tra cui Lugliese, Lugliesella, Lugliesona, Foresta, Fraschetella, Arillo, ‘e Vierno, Castagnara, Olivella, Suricella, Priore, Nufriello Zizza ‘e vacca, ecc.. a bacca nera e S. Anna, Uva Rosa, Grecagna, Torre, San Nicola, Greca, Signora, Cavalla, Gianniello, Coda di Cavallo, ecc, a bacca bianca. Tradizionalmente si producono anche “Lambiccati” e “Filtrati Dolci”, che possono essere bevuti come vino da dessert.

Il Piénnolo – Una delle produzioni più caratteristiche dell’area del Vesuvio, come della Costiera amalfitana, sono i pomodorini da serbo “col pizzo”, detti anche spongilli o piénnoli (pendoli) per l’abitudine di appenderli alle pareti o ai soffitti. Sono piccoli pomodori dalla forma a ciliegia, che si distinguono dagli ormai famosi pomodorini di Pachino per la presenza di squadrature laterali vicino al picciolo e di una punta, un “pizzo”, all’estremità. La buccia è spessa e resistente, la polpa soda e compatta, povera di succo. Si seminano in marzo-aprile e maturano tra luglio e agosto (fino a settembre resistono solo quelli su suoli irrigui), ma l’antico procedimento di conservazione prevede che li si raccolga a grappoli (schiocche) interi legati con cordicelle di canapa di tre-cinque kg all’inizio dell’estate per conservarli, appesi in locali ombrosi asciutti e ventilati, fino all’inverno o addirittura alla primavera successiva. È un presidio Slow Food e un prodotto a Denominazione di Origine Protetta (DOP) ai sensi del Regolamento CE 510/2006

Le albicocche (“crisommole”) – Con il termine “albicocca Vesuviana”, si indica un insieme di oltre quaranta diversi biotipi (anticamente erano quasi cento) tutti originari dello stesso luogo. In ordine di apparizione da giugno in poi, la Boccuccia Liscia, appiattita e allungata, agrodolce e di dimensioni medie, e la Boccuccia Spinosa, dolce, un po’ più grande e dalla buccia ruvida; la Baracca, di forma piatta, dal sapore asciutto; la Vitillo, grossa, tonda e leggermente agro-amarognola; la Carpone, piccola e poco zuccherina; la Pellecchiella, di forma allungata e buccia sottile, considerata la migliore per gusto e profumo. Altre cultivar presenti in misura minore sono la Cafona, la Prete, la Monaco Bello e la Palummella.. Sono apprezzate sul mercato per le loro caratteristiche organolettiche, soprattutto per sapidità e dolcezza. Si distinguono dal punto di vista estetico per la presenza di un sovracolore rosso sfumato o punteggiato sulla base giallo-aranciata della buccia di una buona parte di esse. Il territorio interessato alla produzione è compreso nei seguenti  comuni: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, S. Anastasia, S. Giorgio a Cremano, S. Sebastiano al Vesuvio, S. Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Trecase, Torre Annunziata, Torre del Greco e Nola. La Campania è la regione più importante, nella coltivazione di albicocche, con quasi 50.000 tonnellate di prodotto, proveniente per la maggior parte dall’area vesuviana, che rappresenta circa l’80% della produzione regionale. Nell’area dei comuni vesuviani attualmente vi sono circa 2000 ettari di albicoccheti, con una produzione che in condizioni climatiche normali si dovrebbe attestare sui 400.000 quintali. La maggior parte è destinata al consumo fresco. Una quota variabile di anno in anno viene trasformata in nettari, ossia in succo e polpa, mentre una piccola parte viene trasformata in confetture, essiccati e canditi, e in ultimo una quota molto limitata è trasformata in prodotti surgelati e sciroppati.

Le ciliegie – essenzialmente due varietà: Malizia, dal frutto medio grosso, buccia rosso rubino intenso e polpa rossa, succosa, aromatica, poco aderente al nocciolo e Del Monte, buccia rosso-giallo ambrato e polpa chiara, molto consistente.

Le susine – La coltivazione del susino nell’area Vesuviana risale ai secoli scorsi e tuttora sono presenti varietà di rinomata fama e di particolare pregio per le caratteristiche organolettiche dei loro frutti. Tra queste spiccano le varietà “Pappacona”, “Pazza”, “Turcona” e “Scarrafona” che hanno in comune le ottime qualità gustative, la ridotta serbevolezza ma anche una scarsa resistenza alle manipolazioni. La susina “Pazza” ha la buccia giallo-arancio ed è di pezzatura media, la “Turcona”, ha la forma allungata ed ha la buccia di colore giallo con striature biancastre e polpa aderente al nocciolo con peduncolo di lunghezza media. È considerata la migliore varietà vesuviana di susino, ma pian piano sta sparendo poiché sostituita dal nuove cultivar. La susina “Scarrafona”, infine, è molto piccola e di colore viola, per questo motivo si chiama così, perché ricorda una blatta, detta “scarrafone” in napoletano. La sua polpa è verde e molto saporita, ottima per la marmellata.

mela annurca

 

La noce di Sorrento – La più pregiata e diffusa varietà campana. Un tempo molto prodotte, oggi la produzione è in notevole calo. I due ecotipi più diffusi sono: uno allungato, regolare, leggermente appuntito all’apice e smussato alla base, l’altro rotondeggiante, più piccolo. Le valve, in entrambi i casi, sono lisce, di ridotto spessore, il frutto è costituito dal gheriglio di sapore gradevolissimo, poco oleoso di colore bianco crema. Una delle principali caratteristiche è che, a differenza delle altre cultivar il gheriglio può facilmente essere estratto integro, cosa che la rende particolarmente apprezzato dall’industria dolciaria e dai consumatori. La raccolta si concentra nei mesi di settembre e ottobre con una resa estremamente variabile, anche in considerazione delle condizioni nelle quali si trova la coltura. Usato per il consumo fresco e secco, nonché protagonista del famoso liquore Nocillo.

Il nocciolo – è un il prodotto tradizionale più diffuso che fa di questa zona una delle più produttive a livello regionale e nazionale. Le cultivar maggiormente prodotte: la Mortarella e la San Giovanni. La Mortarella è di origine sconosciuta, con albero di medio–scarsa vigoria ed epoca di maturazione precoce. Il frutto è di tipo allungato, medio piccolo lateralmente compresso, guscio medio sottile, marrone chiaro, con lievi striature di colore più intenso. I suoi frutti sono utilizzati dall’ industria per la preparazione di creme per pasticceria e gelateria. La San Giovanni è una cultivar di origine italiana con albero di elevata vigoria ed epoca di maturazione precoce. Il frutto è di tipo allungato, lievemente compresso lateralmente, guscio medio sottile, marrone chiaro, striato, pubescente all’ apice. Buona cultivar per la sua produttività e le caratteristiche organolettiche dei frutti; preferisce zone a clima mite.

La castagna – sul Monte Somma è un altro prodotto tradizionale di buona remunerazione.

Il kaki napoletano – prodotto abbastanza diffuso; la regione Campania ha iniziato gli studi preliminari per la stesura del disciplinare di produzione.

Il miele – gli allevamenti sono ubicati alle pendici del Monte Somma, luogo ricco di frutteti, castagneti, piante spontanee e fiori tra cui le rare orchidee. I mieli di acacia, castagno, agrumi, eucalipto e melata di bosco sono i più prelibati.

Le olive – i trasformatori anastasiani hanno affinato l’arte di selezionare e conservare le migliori olive siciliane e trasformarle in prelibate pietanze.

Gli ortaggi – le produzioni delle zone intorno al Vesuvio sono varie: zucchine, finocchi, scarole, piselli e fave che accompagnano, nel periodo pasquale il gustoso casatiello. Il cavolfiore è molto coltivato fin dall’antica Pompei nella quale era molto usato in innumerevoli preparazioni culinarie. Ampia diffusione hanno anche i broccoli, tra cui il famoso “friariello” che, di sapore un pò dolce e un pò amarognolo, si accompagna alla salsiccia semplice o imbottita con mozzarella, o alla costoletta di maiale.

Nei giardini e negli orti delle zone vesuviane non mancano ovviamente aranci, mandarini e limoni da cui si ricavano liquori e rosoli.

La Ricotta di fuscella – deriva dall’antica tradizione di transumanza che dalla vicina Irpinia portava ogni anno pastori e greggi a svernare lungo i pendii interni del Somma. Era prodotta tradizionalmente con latte di pecora, ma oggi si usa anche il latte vaccino. La ricotta è versata dal casaro in caratteristiche fuscelle di vimini. Si ottiene un prodotto finissimo, con bassa percentuale di grassi e di facile digestione; adatto a tutti: anziani, bambini e persone a dieta.

Lo Stoccafisso e il Baccalà – lo stoccafisso é il merluzzo essicato mentre il baccalà é quello conservato sotto sale .Il nome stoccafisso deriva dal tedesco Stock fisch (pesce bastone) ed i Popoli nordici ne fanno uso da sempre. Furono i Vichinghi ad “inventare” questo tipo di conservazione del merluzzo. Il nome baccalà, invece, deriva dallo spagnolo bacalao perché furono i Baschi ad ideare la conservazione sotto sale del merluzzo. Pesce povero per alcuni, in questi luoghi acquista l’aspetto della veste nobile, per esaltarsi in piatti pieni di colori, odori, sapori e convivialità. Particolare importanza per la gradevolezza del piatto assume l’ammollo – qui viene fuori tutta la professionalità dei trasformatori di Somma Vesuviana che ne hanno affinato l’arte.

Pane cafone e freselle – Una fresella (pane biscottato tondo) più o meno inumidita e ricoperta di pomodorini schiacciati condita, nella sua versione più completa, con olio, un pizzico di sale, aglio, due foglie di basilico o origano: era questa la colazione di metà mattina di chi lavorava nei campi. Freselle piccole e grandi e taralli, a ciambella o anche a bastoncino, talvolta aromatizzati, sono tuttora popolari, ma il prodotto più straordinario è il semplice pane “cafone”, di farina, acqua, sale e lievito madre, a lunga conservazione. I forni dei paesi lo preparano in vari formati: la cocchia (lunga e schiacciata), la pagnotta (tonda e schiacciata), il palatone (un parallelepipedo piuttosto alto con le estremità arrotondate, del peso di un chilo-un chilo e mezzo), la palatella (da mezzo chilo)

La pasta – Fin dal 1500 Torre Annunziata era conosciuta come “città dell’arte bianca”. Tra il 1948 ed il 1955 a Torre erano presenti ed attivi nove mulini e più di trenta pastifici, senza considerare l’indotto. Purtroppo verso la fine degli anni ’50, gli industriali non seppero superare i propri particolarismi e forse anche gelosie e lavorare uniti contro la concorrenza nazionale ed il rinnovamento tecnologico. Forse si credeva ancora che il clima privilegiato: quell’alchimia di sole, di mare, di aria, uniti alla maestria degli artigiani, potesse ancora competere là dove le macchine, in maniera artificiale potevano replicarlo, sicuramente con meno arte, ma più industria ovvero qualità standardizzata, elevata produzione e prezzi più bassi. Il declino della principale attività produttiva coincise con la crisi della città e del suo indotto ed alla perdita di una identità costruita in decine di anni e di conseguenza: crisi economica e mancanza di prospettive future. In questi anni solo un pastificio ha retto conservando le antiche tradizioni dell’arte pastaia torrese. Per fortuna recentemente stanno nascendo nuove piccole realtà pastaie, essenzialmente su iniziativa di giovani che cercano autonomi spazi occupazionali pescando dai saperi e dalle tradizioni ancora reperibili nella zona.

I fiori – sulla fascia costiera l’agricoltura non produce solo alimenti: nelle vicinanze della costa, infatti, vi è una vasta distesa di serre, dove si coltivano in particolare garofani, rose e fiori recisi, quali lilium, gerbere, crisantemi. Da alcuni anni si sta sviluppando, anche nella fascia collinare, la produzione di fiori e piante ornamentali da appartamento e da giardino che vengono esportati su tutto il territorio nazionale ed estero. Un importante punto di smercio florovivaistico è rappresentato dal Mercato dei Fiori di Torre del Greco ed Ercolano, dove ogni mattina si vendono al dettaglio e all’ingrosso piante grasse, piante rare, piante da appartamento e fiori.

La pesca – la Condotta insiste su una lunga fascia costiera che si estende per 23 km da Portici a Torre Annunziata. Qua il legame tra le popolazioni locali e il mare è ancora fortissimo. La risorsa mare caratterizza l’intero territorio, è il veicolo attraverso cui si costituirono i primi insediamenti abitativi a partire dal VII sec. a.c. ed ha sempre rappresentato una fonte di sostentamento soprattutto attraverso la pesca. La pesca locale vanta un’antichissima tradizione che si attesta nei porti di Torre del Greco, Torre Annunziata e del Granatello di Portici, inoltre vi sono impianti di maricoltura, produzione controllata di organismi acquatici. In prevalenza si pratica piccola pesca esercitata in maggioranza da vecchi pescatori riuniti in cooperative che gestiscono da armatore le proprie imbarcazioni, gozzi da 8 fino a 10 mt; una pesca ecosostenibile effettuata con reti di posta o fisse, trappole o nasse palangari. Altra rappresentanza esercita la pesca a strascico e circuizione con imbarcazioni superiori ai 10 mt; questa è la pesca delle Flotte del Tonno Rosso. Nei 3 porti avviene il travaso del pescato da una barca ai mezzi autorizzati alla distribuzione e alla vendita al dettaglio nei mercati e nei porti e all’ingrosso verso i mercati ittici di Napoli e Pozzuoli. La commercializzazione dei prodotti avviene nei porti, nei mercati locali e nei mercati ittici di Torre Annunziata e Torre del Greco che vanta un nuovo Mercato del Pescato operante in Via del Porto, un’area riservata alla vendita in un contesto di assoluta igiene e controllo sanitario. Il pesce viene venduto al consumatore dal pescatore stesso o presso punti vendita afferenti alle cooperative, associazioni, consorzi di commercializzazione: UNCI Pesca Campania, Federpesca, Federcopesca, Agrital AGCI Pesca, Legapesca.

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(testo tratto dal Piano Condotta Vesuvio 2010-2013)